Mitosomatica femminile

Corpo, mito e coscienza uterina
(31 ottobre 2025, Substack)

Grazie al lavoro di molte donne pioniere abbiamo assistito negli ultimi 60-70 anni alla riemersione degli antichi miti femminili della preistoria incentrati sulla cultura della Dea.

Immagini scolpite nella roccia, statuine e simboli di fertilità provenienti da diverse aree geografiche testimoniano una civiltà antica culturalmente, spiritualmente e artisticamente evoluta, ma soprattutto una civiltà pacifica incentrata sui valori femminili di cura della vita.

In una epoca storica come quella che stiamo vivendo, segnata da conflitti e da importanti disastri ambientali nonché da una diffusa sfiducia nei confronti del futuro, il fenomeno culturale della Dea ci offre un invito e un’occasione concreta per ripensare il nostro modello di civiltà, riconoscendo nel principio femminile - e nel ruolo delle donne come portatrici di conoscenza e trasformazione - una via possibile di rinascita collettiva.

IxChel, dea maya associata alla luna, alla fertilità, alla tessitura, alla guarigione e al parto (immagine dal web)

In questo breve articolo vi presento una sintesi della mia ricerca, che nasce dal desiderio di restituire profondità e concretezza al sapere del corpo femminile.

La mia indagine mette in luce la peculiarità di un lavoro esperienziale e simbolico basato sul mito e radicato nel corpo, che riconosce nell’utero un nucleo sacro della coscienza e della memoria delle donne.

In un tempo che chiede nuove forme di consapevolezza e di relazione con la vita, ritrovare il legame tra corpo, mito e coscienza femminile significa riaprire uno spazio di conoscenza antica ma sempre viva, uno spazio che ci permette di riscoprire il corpo come archivio di memoria e come via di conoscenza.

Nel recupero della coscienza uterina e della sua dimensione mitica risiede la possibilità di un nuovo paradigma del femminile, capace di unire materia e spirito, esperienza e simbolo. È da questo orizzonte che nasce la mia riflessione e la mia ricerca sulla mitosomatica femminile.

Risvegliare il mito nel corpo può liberare il potenziale creativo delle donne , aiutarle a riformulare l’immaginario interiore e ad elaborare nuove posture e nuovi linguaggi.

Nei paragrafi che seguono esplorerò i principali nuclei di questa ricerca - il corpo come luogo di rivelazione, l’utero come centro sacro della coscienza e l’approccio mitosomatico come strumento di integrazione e rinascita.

Archeologia del profondo femminino

La via del profondo femminino non procede per astrazioni, ma attraverso la materia viva del corpo.

È nel corpo che si depositano esperienze, memorie, ferite e risonanze di ciò che siamo state come donne, come specie, come parte della Terra. Scavare nel corpo significa dunque tornare alle origini della percezione, là dove la coscienza non è ancora divisa tra pensiero e sensazione, ma si manifesta come presenza unitaria.

Il metodo multidisciplinare dell’archeomitologia, ideato da Marija Gimbutas per riportare alla luce la presenza centrale del femminile nella visione del sacro, ci offre uno spunto prezioso di riflessione: da un lato sul potere del corpo femminile nella preistoria - un potere creativo, generativo e pacifico - dall’altro sull’intuizione-invenzione metodologica: integrare archeologia e mitologia per adottare una prospettiva unitaria ed inedita capace di risignificare, restituire spessore, profondità e narrazione alla materia.

Dai miti femminili della preistoria apprendiamo che il corpo della donna è un microcosmo che riflette, in termini simbolici e metaforici, il macrocosmo; e che tra il corpo della donna e il corpo della Terra esiste un legame intrinseco, un battito comune.

Procedendo per metafore ma integrando anche le acquisizioni scientifiche, possiamo leggere il corpo femminile come un territorio stratificato di memorie, un campo sensibile attraverso il quale è possibile accedere - tramite un lavoro di scavo e di ascolto - alle tracce cellulari del mito incarnato, le tracce del sacro.

Questo lavoro sul corpo procede in modo analogo a uno scavo archeologico, ma con strumenti differenti: non scalpelli e pennelli, bensì respiro, movimento, suono, presenza.

Possiamo immaginare le memorie del sacro femminile come un nucleo della coscienza rimosso dal corpo attraverso millenni di civiltà patriarcale. Finché questo nucleo rimane disconnesso dalla coscienza resta in uno stato indeterminato di possibilità. Quando viene contattato e reintegrato, esso si riaccende come centro di potere e di conoscenza capace di orientare il risveglio e la trasformazione della donna.

Scavare nel corpo per riattualizzare il sacro è un atto di riconoscimento e di rinascita, un modo per restituire alla materia la sua sacralità e alla donna il suo diritto originario di essere tramite consapevole tra Terra e Spirito.

Il corpo come luogo di rivelazione

Nel cammino del profondo femminino, il corpo è il tempio della conoscenza.
Attraverso il corpo la coscienza sperimenta se stessa.

Il corpo non è solo un involucro che ospita lo spirito, ma un territorio di rivelazione: quando impariamo ad ascoltarlo le tensioni diventano segni, i dolori diventano messaggi, i ritmi naturali diventano mappe del nostro stato interiore.

Quando la donna si riappropria del proprio corpo come spazio di conoscenza, interrompe la lunga storia della separazione tra mente e materia, tra spiritualità e fisicità portata dalla civiltà patriarcale.
Inizia a percepire che ogni rivelazione autentica avviene attraverso il corpo, non contro di esso: nel respiro che si espande, nel ritmo del cuore, nella danza che libera, nel piacere che illumina.
Il corpo diventa un oracolo silenzioso: non parla con parole, ma con sensazioni, con emozioni, con immagini interiori. Attraverso la sua lingua possiamo accedere a una forma di conoscenza intuitiva che rivela la nostra appartenenza alla trama più vasta della vita.

Ritornare al corpo come luogo di rivelazione significa riconoscere che la verità non è un’idea da comprendere ma un’esperienza da incarnare.

È nel corpo che possiamo trovare la sapienza della Dea.

L’utero come nucleo sacro della coscienza femminile

Nel cuore della ricerca sul profondo femminino risplende un centro: l’utero.
Non solo organo biologico, ma principio cosmico, matrice di vita e di coscienza.
L’utero è il luogo della trasformazione, la soglia in cui spirito e materia si incontrano per dare forma all’esistenza.

Territorio sacro e misterioso, nell’antica simbologia della Dea l’utero è associato alle corna del toro, simbolo del divenire. In quanto tale esso custodisce il fuoco dell’intimità primitiva, la fermentazione della vita, la promessa della natura selvaggia.

Non dobbiamo stupirci se oggi l’utero appare svuotato del suo significato simbolico, oltre che fisico, come una zona bianca della coscienza, appositamente rimossa dall’inconscio individuale e collettivo.

L’utero è un centro di intelligenza intuitiva: partecipa ai processi di percezione, memoria, relazione e trasformazione. È un organo sensibile capace di rispondere ai mutamenti emotivi e ambientali, un campo energetico e percettivo in costante dialogo con la mente, con il cuore e con la dimensione del piacere oltre che della creazione.

Nella prospettiva mitosomatica, l’utero rappresenta il punto in cui mito, coscienza e biologia si incontrano: è la soglia in cui le immagini archetipiche, sedimentate negli strati profondi della coscienza collettiva e individuale si traducono in esperienze vissute, emozioni, immagini interiori ed espressioni corporee.

Le ricerche di Casilda Rodrigáñez Bustos ci aiutano a comprendere in modo concreto questo legame tra coscienza e corpo.
Secondo l’autrice, il corpo femminile porta impresse nel sistema neuromuscolare le tracce di una lunga repressione dell’energia uterina: una contrazione profonda che ha separato il piacere dal cuore e la sessualità dall’amore, anestetizzando la naturale capacità del corpo di vibrare e di sentire, di provare piacere e di partorire senza dolore.

L’utero, invece, è un organo pulsante, un centro percettivo e affettivo dotato di memoria e sensibilità. Quando si sciolgono le tensioni che ne limitano il movimento - attraverso respiro, ascolto, emozione e consapevolezza - l’energia vitale (il serpente kundalini) può tornare a fluire, e con essa riemerge la coscienza uterina, quella presenza sottile che è al tempo stesso oracolo e guida della donna.

Restituire coscienza all’utero significa riaccendere la sua memoria poetica e spirituale, oltre che fisica: ricordare che esso è il punto d’incontro tra la materia e il mistero. Nel suo ritmo ciclico - contrazione e rilascio, vuoto e pienezza - si riflette il movimento stesso del cosmo.

Quando la donna riattiva la propria coscienza uterina, riscopre una forma di sapere unico, che riflette la storia delle donne che l’hanno preceduta ed enuncia quella delle donne che verranno dopo di lei.

L’utero è un canale privilegiato di conoscenza, è la soglia dove il sentire diventa chiarezza, immagine, memoria che affiora e che pacificamente si libera ritornando alla terra.

L’utero è il centro da cui può nascere un nuovo linguaggio del femminile, non più fondato sulla mancanza o sul sacrificio, ma, in accordo con la cultura della Dea, sulla pienezza, il piacere e la continuità con la vita.

Riconnettersi all’utero significa ritrovare la via verso una civiltà che onori la creatività come atto sacro e la donna come custode del suo fuoco originario.

Secondo Don Juan Matos, uno degli interessi più concreti degli sciamani che nell’antichità vivevano in messico è quello che chiamavano ‘La liberazione dell’utero’ (…) agli sciamani interessava il risveglio dell’utero, perchè oltre la sua funzione primaria riproduttiva, sapevano di una funzione secondaria; una capacità di processare conoscenze sensoriali dirette e interpretarle senza l’aiuto dei processi cognitivi che tutti conosciamo (quello che possiamo anche chiamare conoscenza o intuizione viscerale).Allo stesso modo degli altri sciamani del suo lignaggio (Don Juan) era convinto che, ad eccezione della funzione del ciclo riproduttivo, l’utero e le ovaie si trasformano in strumenti di percezione, e, certamente nell’epicentro dell’evoluzione.In virtù degli effetti dell’utero , le donne vedono l’energia direttamente, molto più facilmente degli uomini.
— Carlos Castaneda, Pases Magicos in: Casilda Rodriganez Bustos, Partoriremo con piacere

La mitosomatica femminile

La mitosomatica è un approccio esperienziale basato sul corpo che permette di far emergere ricordi profondi e di riscrivere la propria storia attraverso gesti, posture, segni e suoni che scaturiscono dalla riconnessione intuitiva e viscerale con i miti e gli archetipi che vivono in noi.

Se il corpo è il luogo della rivelazione e della conoscenza diretta dove possiamo risvegliare la sapienza della Dea, la dimensione esperienziale è il veicolo per accedervi.

Le sessioni di lavoro iniziano sempre con un profondo rilassamento e un riequilibrio del sistema nervoso ed energetico, per offrire al corpo e alla mente uno spostamento dell’attenzione dalla realtà ordinaria a quella simbolica e invisibile.
Uno spaesamento.

Ogni Dea si esprime attraverso una particolare postura, abbigliamento, simbologia o accompagnamento animale. Ogni simbolo che essa incarna è una porta del sogno, il tempo mitico della creazione che si ripete generando il nuovo.

Cerco le parole per spiegarlo, e riesco così, chiudendo gli occhi che guardano verso l’esterno e aprendo spazio alla parola interiore.

Varchiamo quella soglia insieme, in cerchio, ma ognuna a modo proprio, seguendo il ritmo naturale del respiro. L’ascolto è maestro e guida. Attraverso l’ascolto emerge la guarigione.

Viaggiamo nell’utero, spazio accogliente di tutte le possibilità. Luogo di incontri e di rivelazioni, energia materna che genera immagini e ricordi in un campo spiraliforme.

Incontriamo grotte sacre, luoghi di potere dove le antenate si riunivano per celebrare i cicli della terra e del sangue. Il viaggio smuove le memorie assopite, il simbolo diventa varco, incontro, movimento e risveglio del corpo.

Non siamo in trance, ma il nostro stato assomiglia alla trance, abbiamo solo messo da parte i processi mentali ed estaticamente incediamo bramose di conoscenza come menadi poeticamente ebbre di bellezza. Danziamo con i serpenti.
Incorporare la bellezza senza tempo di una Dea non è un gesto teatrale ma un atto di verità.
Il corpo sa, cerca la direzione, sblocca le resistenze, vibra come il suono del tamburo che scandisce il tempo.

Qualcosa si libera, una memoria, una illuminazione, il nuovo passo verso me stessa.
Ci sono, mi sento, a tratti ho le vertigini per questo incedere sacro verso il centro. A tratti incontro dei punti ciechi, come se la connessione saltasse. Fa caldo, si è sviluppata una forte energia, forse una compagna ha acceso il fuoco.

Il ritmo del tamburo mi ricorda che è il tempo di tornare.
Un nuovo potere scintilla dentro di me. Lo sento, lo abito.

 

Bibliografia essenziale

Casilda Rodriganez Bustos, Partoriremo con piacere, Turbinaedizioni, Napoli, 2017
Marija Gimbutas, Le Dee viventi, Medusa Edizioni, Milano, 2005
Marija Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Venexia, Roma, 2008


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